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giovedì 15 Ottobre 2026

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Meloni e la manovra del «dipende»: incertezza sull’Irpef

Il governo italiano si trova in una situazione di incertezza sulla manovra fiscale, con Meloni che non sa cosa fare sull’Irpef.

Il governo italiano si trova in una situazione di incertezza sulla manovra fiscale, con Giorgia Meloni che non sa cosa fare sull’Irpef. I tempi di approvazione della legge di Bilancio sono molto incerti, e la manovra del «dipende» ha reso difficile prendere decisioni definitive. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, invoca la «prudenza» davanti alla possibile esplosione della crisi del debito, mentre la maggioranza degli alleati vuole cordoni della borsa aperti. La richiesta è quella di maggiore flessibilità, ma il vero obiettivo della trattativa rimane ancora poco chiaro.

Un dilemma tra flat tax e taglio Irpef

Il dilemma tra flat tax e taglio Irpef al ceto medio rappresenta uno dei tanti dubbi shakespeariani che avvolgono il ministero dell’Economia e Palazzo Chigi. Il governo deve fare i conti con una sfilza di richieste non esaudibili, dalle pensioni agli sgravi sui contratti dei giovani. Giorgia Meloni, alla Camera, ha confermato la linea attendista anche sulla riduzione dell’aliquota Irpef per i redditi tra i 50mila e i 60mila euro: «Molto dipende dalle risorse di cui potremo disporre e quindi anche di quello di cui stiamo parlando in queste ore». Il vicepremier, Antonio Tajani, ha però rilanciato: «Continuare con il taglio dell’Irpef, noi lo vogliamo fare, io sono ottimista, poi bisogna andare avanti con misure a favore dei giovani e sulla sanità».

La manovra del «dipende» ha reso difficile prendere decisioni definitive. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, invoca la «prudenza» davanti alla possibile esplosione della crisi del debito, i «nuvoloni» menzionati nella relazione alla Camera, mentre la grande maggioranza degli alleati vuole cordoni della borsa aperti. A cominciare da Meloni che punta a capitalizzare la finanziaria in vista delle elezioni. La premier ha così preso di mira uno dei bersagli preferiti, il più comodo nei momenti di difficoltà: l’Unione europea.

Un governo in attesa e un’opposizione in movimento

La richiesta è quella di maggiore flessibilità. Ma qual è il vero obiettivo della trattativa? Che tempi ci sono? La direzione sembra quella della dilatazione dei tempi. Lasciando spazio agli slogan. «Con la prossima legge di bilancio continueremo a tagliare le tasse», ha promesso Meloni nel messaggio a Confesercenti. Un fatto si sta delineando: questa volta i ritardi sull’iter della legge di Bilancio sono già dati per scontati. Non c’è nemmeno il tentativo di nasconderlo. La manovra sta diventando un potente generatore di malcontenti tra alleati. È difficile l’approvazione in Consiglio dei ministri entro il 20 ottobre. Ma, siccome a Palazzo Chigi il primo via libera arriva ai «titoli» del provvedimento, per un testo definito potrebbe essere necessario attendere la fine di ottobre. Peraltro, è tutto condizionato all’eventuale accordo con Bruxelles sulle clausole di salvaguardia. Giorgetti vorrebbe usare i fondi per l’energia senza troppi vincoli.

Guardando ai prezzi delle bollette. «Dimostrano che non sanno che numeri trasmettere nelle more della richiesta di flessibilità. È una vergogna per un governo che ha appena festeggiato il primato di longevità che diventa immobilismo», commenta il senatore del Partito democratico, Daniele Manca. A Matteo Salvini è stato dato tanto, con la doppietta autonomia e codice della strada, che gli garantisce una dote da portare al prossimo congresso della Lega. Addirittura c’è l’apertura ad ampliare il bacino dei beneficiari della flat tax per gli autonomi, portando la soglia a 100mila euro.

Un’altra battaglia salviniana, che però solleva perplessità tra le opposizioni: «Mentre il peso del fisco si concentra sempre di più sui contribuenti del regime ordinario Irpef, la maggioranza continua a promettere l’allargamento a 100 mila euro della flat tax per autonomi e professionisti con ricavi superiori a 85 mila euro», ha detto il senatore del Pd, Antonio Misiani. Per un Salvini aiutato da Meloni, c’è un Tajani abbandonato. Non gli è stato concesso niente. Anzi è stata congelata l’unica promessa fatta: il taglio dell’Irpef per i redditi tra 50mila e 60mila euro.

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