Negli ultimi trent’anni si è estratto più marmo dalle Alpi Apuane che nei duemila anni precedenti. Un dato che svela una trasformazione radicale nel settore, spostando l’attenzione dal mondo dell’arte e dell’edilizia a un uso più industriale, con il marmo destinato a carta, plastica, vernici e alimenti. Secondo le statistiche ufficiali del monitoraggio del Piano cave della Regione Toscana, la produzione complessiva regionale si aggira intorno ai 6 milioni di metri cubi, con circa 1,565 milioni provenienti dalla provincia di Massa-Carrara, il 25% del totale. Tuttavia, il marmo estratto non è più solo quello di pregio, ma include anche materiali derivati, che rappresentano la maggior parte del volume totale.
Un settore in declino
Il dato più significativo proviene dal Cai, il Club alpino italiano, che ha portato all’assemblea nazionale di Carrara del 16 e 17 dicembre 2023 il numero di 5 milioni di tonnellate di montagna asportate ogni anno dalle Apuane. Questo numero, tuttavia, non indica solo il marmo commerciale, ma include anche detrito e terre di scavo. Il rapporto tra materiale utile e scarto è regolato per legge, con una resa minima del 30 per cento in blocchi e lastre. Tuttavia, nel 2023 la resa reale certificata dal monitoraggio regionale è stata di circa il 20 per cento, con i derivati all’80.
Il settore, pur continuando a produrre, ha visto un calo significativo nell’occupazione. Nel 1994 il settore lapideo impiegava 2.772 addetti in provincia di Massa-Carrara; nel 2018 erano 1.786, secondo la Camera di commercio. Fra il 2021 e il 2022 la Cgil Toscana ha registrato un ulteriore calo del 15 per cento fra le province di Lucca e Massa-Carrara, sotto la soglia dei mille lavoratori. Gli addetti, nello stesso periodo, si sono ridotti di quasi due terzi, mentre l’estrazione è calata meno del lavoro. I blocchi transitati dalla pesa di Miseglia sono passati dagli 1,2 milioni di tonnellate del 1995 alle 656mila del 2023: poco meno della metà.
La riduzione del lavoro non segue esattamente la riduzione del volume estratto, segnando un cambiamento nella struttura del settore.
Un sistema in bilico
La Regione Toscana ha deciso di ampliare entro un limite del 5% le cave, dando come motivazione ufficiale che alcuni bacini avrebbero raggiunto la “saturazione”, ossia il massimo di estrazione possibile. Tuttavia, i numeri su cui poggiava la motivazione dicevano altro. Secondo la ricostruzione di Altreconomia sugli atti regionali, su 98 bacini estrattivi solo 11 mostravano segni di saturazione e nessuno di questi era fra i primi dieci comprensori apuani. I bacini apuani disponevano ancora di 47,75 milioni di metri cubi di marmo, e Carrara sfruttava appena il 75 per cento del potenziale già autorizzato.
Legambiente ha parlato di “resa alle pressioni delle imprese” e di “abdicazione alla responsabilità di pianificazione”: le aziende che non avevano rispettato i limiti esistenti venivano premiate con limiti più larghi anziché sanzionate. La conferma più netta è arrivata dalla Regione stessa. Al convegno “La Toscana delle attività estrattive”, il 7 maggio 2026, i dati presentati indicano 280 cave attive in Toscana, circa 5,5 milioni di metri cubi estratti ogni anno fra materiali da costruzione, industriali e ornamentali, e – questo è il punto – un’escavazione effettiva pari a circa il 60 per cento degli obiettivi di produzione annua sostenibile. Insomma, il tetto è stato alzato a un settore che non riempie quello che ha già.
La crescita delle cave non si traduce in un aumento proporzionale dell’estrazione, segnando una gestione non sempre in linea con i dati reali.



