La Sicilia, terra di vini storici e di una tradizione vitivinicola radicata, nasconde una biodiversità agronomica poco conosciuta ma cruciale per il futuro della viticoltura. Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Palermo ha analizzato il potenziale agronomico di due antiche varietà siciliane, Lucignola e Vitrarolo, insieme a diversi biotipi di sei vitigni dell’isola: Grillo, Catarratto, Nero d’Avola, Perricone, Frappato e Nocera. L’obiettivo era comprendere come queste piante, anche se appartenenti alla stessa varietà, possano reagire in modo diverso alle condizioni ambientali, un aspetto che potrebbe influenzare l’adattamento al cambiamento climatico.
La biodiversità nascosta nei vitigni
La parola chiave è “biotipo”. Non indica necessariamente un vitigno diverso, ma una forma o linea che appartiene alla stessa varietà e che può presentare caratteristiche proprie. La differenza può sembrare minima a chi guarda soltanto il nome dell’uva; per chi studia la vite, invece, può diventare una domanda concreta: piante riconducibili allo stesso vitigno rispondono tutte nello stesso modo alle condizioni del luogo? E maturano con identici tempi e caratteristiche? Per affrontare il tema, i ricercatori hanno osservato diversi parametri: andamento della maturazione, peso degli acini, crescita vegetativa, stato idrico, produzione per pianta e caratteristiche dei grappoli.
La maturazione dell’uva dipende dalle condizioni ambientali. I ricercatori dell’ateneo indicano che i genotipi meno utilizzati potrebbero offrire opportunità per l’adattamento al cambiamento climatico e per la conservazione dei caratteri tipici, ma precisano che servono ulteriori indagini. È una cautela importante: la ricerca non dimostra che un biotipo sia già la soluzione alla siccità o alle ondate di calore. Suggerisce piuttosto dove continuare a cercare risposte.
Un lavoro di selezione e tutela
Le piante sono state gestite con condizioni colturali comparabili, così da rendere più attendibile il confronto. Non è un assaggio di vini né una classifica delle uve migliori: è un lavoro agronomico che prova a capire quanto contano insieme patrimonio genetico e ambiente. La Sicilia, del resto, dispone già di un patrimonio di conservazione che va oltre la singola vigna simbolica. Il volume “Identità e ricchezza del vigneto Sicilia”, realizzato nell’ambito di un progetto di recupero e selezione clonale, descrive un campo di conservazione a Marsala con 1.576 linee clonali, articolate in 30 biotipi di 19 vitigni. Il documento censisce inoltre una collezione di circa 80 vitigni antichi, raccolti in aree dell’isola dove le piante sono presenti in numero limitato. Numeri che raccontano un lavoro di selezione e tutela meno noto rispetto alle etichette e ai nomi commerciali.
Conservare questi materiali significa mantenere aperte possibilità di studio per il futuro. Senza sapere in anticipo quali saranno più utili in condizioni climatiche diverse o quali potranno interessare ai produttori. La domanda da porre a chi lavora nei campi sperimentali e nelle cantine è proprio questa: quanto di questa diversità è già conosciuto dai produttori e quanto, invece, rimane confinato nelle collezioni e nei progetti di ricerca? E quali criteri permettono di decidere se una linea merita di essere conservata, sperimentata o eventualmente proposta alla filiera? Sono interrogativi ai quali i dati scientifici possono dare una base, ma che richiedono anche voci dirette: agronomi, responsabili delle collezioni, enologi e viticoltori.



