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giovedì 17 Settembre 2026

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Esteri

Il mondo si frammenta: più potenze, meno regole condivise

Il nuovo ordine mondiale si complica con più potenze e meno regole condivise, secondo analisi recenti.

Il mondo si sta trasformando in un sistema più complesso e frammentato, con un aumento del numero di potenze e una riduzione delle regole condivise che un tempo ne governavano l’ordine. Secondo un’analisi recente, l’ordine internazionale nato dopo il 1945 è sempre meno capace di gestire le crisi, mentre l’economia globale rimane interdipendente, rendendo difficile una divisione netta in blocchi. Gli Stati Uniti, pur mantenendo una forza militare e finanziaria senza equivalenti, non dispongono più del margine per plasmare da soli il sistema internazionale. La Cina, invece, ha acquisito un peso sufficiente per mettere in discussione una parte significativa dell’assetto esistente, pur non disponendo di un sistema alternativo capace di raccogliere un consenso paragonabile a quello dell’ordine a guida occidentale.

Un sistema in evoluzione

La transizione verso un ordine mondiale più frammentato è accompagnata da una redistribuzione del potere, con un aumento del numero di attori che partecipano alle decisioni globali. Questo cambiamento ha radici materiali, con la ricchezza e la capacità politica che si sono progressivamente diffuse fuori dall’Occidente. Le piccole potenze, come la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita, stanno sfruttando questa situazione per aumentare il loro margine di manovra, mantenendo relazioni con più attori. La scommessa di un modello di governance più distribuito, come suggerito da Charles Kupchan, è che un mondo più frammentato possia essere governato accettando una certa frammentazione anche nelle istituzioni.

Le istituzioni devono adattarsi a un sistema diverso da quello per cui erano state progettate. Il limite appare soprattutto quando entrano in gioco gli interessi diretti delle grandi potenze. Nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, il diritto di veto può impedire una decisione proprio sulle crisi nelle quali sarebbe più necessario un accordo fra Washington, Pechino e Mosca. La rappresentanza universale continua a dare alle Nazioni Unite una legittimità difficile da sostituire; meno efficace è la loro capacità di produrre rapidamente un compromesso politico fra potenze rivali.

Le sfide della governance globale

Per i dossier più complessi verrebbero creati gruppi più piccoli, come quelli dedicati all’Ucraina, a Taiwan, al clima o alla regolazione dell’intelligenza artificiale. Gli accordi raggiunti in queste sedi potrebbero poi essere recepiti e attuati dall’ONU o dalle istituzioni regionali competenti. La scommessa di Kupchan è che un mondo più frammentato possa essere governato accettando una certa frammentazione anche nelle istituzioni, ma è anche vero che un direttorio ristretto potrebbe rendere più facile il negoziato fra le grandi potenze, al prezzo di attribuire loro un peso ancora maggiore sulle scelte degli Stati più piccoli.

La regionalizzazione può rafforzare la cooperazione o trasformarsi nella legittimazione di nuove sfere d’influenza. Ed è difficile immaginare un concerto stabile fra governi che oggi non concordano nemmeno sulle regole fondamentali entro cui dovrebbe svolgersi la loro competizione. La governance globale sopravviverebbe, ma con un raggio d’azione più stretto. La scommessa di un sistema più distribuito è che possa funzionare, ma il rischio è che il potere si concentri sempre di più nelle mani di pochi, a scapito della diversità e della pluralità delle voci che compongono il sistema internazionale.

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