Le organizzazioni non governative Refugees in Libya, Sea-Watch e Front-LEX hanno presentato un ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea contro Frontex, accusata di facilitare il respingimento forzato di migranti in Libia. L’azione legale è promossa per conto di F.M., un giovane richiedente asilo sudanese bloccato in Libia e costretto a nascondersi dalle milizie. L’incidente si colloca a cinque anni esatti dal raid di Gargaresh, un evento in cui i guardiani di un centro di detenzione a Tripoli hanno ucciso sei persone e ne hanno ferite altre venti.
Frontex e il rischio di tortura
Frontex è stato denunciato per aver facilitato e tuttora facilita l’intercettazione e il respingimento forzato dei migranti in Libia attraverso le proprie attività di sorveglianza aerea. Secondo le testimonianze e i dati raccolti da Sea-Watch, il comportamento di Frontex viola il principio di non-refoulement, sancito dal diritto internazionale dei rifugiati e dall’articolo 19 dell’Unione europea. Questo principio stabilisce che nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esista un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti. Frontex, con la sua attività di sorveglianza, favorisce sistematicamente i respingimenti verso la Libia, dove le persone vanno incontro a torture e ogni sorta di abuso.
Le testimonianze dei migranti
F.M., dal suo nascondiglio in Libia, ha dichiarato: “Se sei nero qui in Libia non c’è nessuno che si prenda cura di te o che ti aiuti in alcun modo. Spero però che i giudici riesaminino il mio caso, ancora pendente in tribunale. Sono pronto a fornire loro tutto il necessario e ho tentato più volte di fuggire da qui, ma senza successo a causa di Frontex e dei suoi alleati, cioè la Guardia Costiera Libica. Temo che, se mi scopriranno, finirò nelle mani delle milizie. Sono scoraggiato e chiedo il vostro aiuto”. La Guardia Costiera Libica, a cui Frontex dà le coordinate dei barconi, è composta da milizie armate che, una volta fermati i migranti, li portano o li riportano forzatamente nei centri di detenzione, dove sono sottoposti a torture, stupri e ogni genere di abuso.
La Guardia Costiera Libica, alleata di Frontex, è composta da milizie armate che mettono in pericolo la vita dei migranti. David Yambio, che ha partecipato alla conferenza a Bruxelles, ha spiegato: “Da cinque anni siamo costretti ad agire per proteggere le nostre comunità e la nostra dignità, per lottare per la libertà di movimento e per cercare giustizia e richiedere l’assunzione di responsabilità per i crimini contro l’umanità che noi, e le più ampie comunità di persone in movimento, siamo stati costretti a subire. In questi anni abbiamo reso evidente la complicità dell’Europa in crimini contro l’umanità, ma finora non vi sono state conseguenze. Oggi più che mai, Frontex, il braccio lungo e violento dell’Europa, rende tutto più pericoloso. Contribuisce alla morte di centinaia e migliaia di persone nel Mediterraneo centrale.”
Julia Winkler di Sea-Watch ha aggiunto: “Grazie alle nostre operazioni aeree e navali, sappiamo cosa impedisce le morti: tempestivi messaggi di allerta (Mayday Relay), condivisione di informazioni con navi in grado di effettuare salvataggi e sbarco in un luogo sicuro. Eppure, ripetutamente, Frontex individua imbarcazioni in difficoltà senza adottare queste misure. Al contrario, la sua attività di sorveglianza favorisce sistematicamente i respingimenti verso la Libia, dove le persone vanno incontro a torture e ogni sorta di abuso.”
Iftach Cohen, l’avvocato che coordina il team legale di Front-LEX, ha sottolineato: “La condivisione da parte di Frontex della posizione delle imbarcazioni di rifugiati consente ai libici di riportare i rifugiati in Libia, dove vengono sottoposti a crimini contro l’umanità. Riconsegnando queste persone ai loro aguzzini, Frontex viola sistematicamente i propri obblighi in materia di diritti fondamentali relativi al principio di non respingimento e al divieto di tortura. Il diritto marittimo internazionale impone che le persone soccorse o intercettate in mare siano condotte in un luogo sicuro. La Libia non è un luogo sicuro.”



